GIROVAGANDO IN UMBRIA,  VIDEO

L’arcobaleno in fiore di Castelluccio ed il fascino del Vettore

Quello di fine giugno si preannunciava un weekend davvero esplosivo, non solo per le temperature calde, ma soprattutto per i programmi che lo avrebbero cosparso di grande entusiasmo. La settimana è trascorsa infatti rapidamente, con il pensiero proiettato alla libertà che quei 2 giorni mi avrebbero restituito, volando senza pensieri, lontana da responsabilità ed arrabbiature varie. Dopo un sabato trascorso ad Assisi, quella domenicale si presentava come una vera e propria gita di avventura. Alle 8 sono già sveglia, super pimpante, inizio a preparare la vestizione, si perché il giro prevede un viaggio in moto, con escursione poi a piedi fino al monte Vettore. Lo zaino doveva essere quindi moderatamente leggero e l’abbigliamento stratificato, così detto “a cipolla”. In perfetto orario o quasi, alle 9 sono pronta sotto casa e via si parte sotto un sole che già inizia a scaldarsi, insieme ai motori e all’aria intorno….una maglia tecnica a manica lunga, è quindi più che sufficiente per affrontare il tour. Partiamo respirando subito il brivido di una velocità che non ero più abituata a cavalcare, abbasso la visiera per difendermi dal vento che mi soffia sul viso e con gli occhi illuminati e ben attenti, divoro ogni scenario che mi si presenta davanti. La strada della Valnerina, la Valle attraversata dal fiume Nera, rimane sempre una delle più belle dell’Umbria, il verde lussureggiante riveste le montagne incorniciando l’asfalto che attraversiamo sulle 2 ruote, la vista è maestosa, alberi dal fitto fogliame ci salutano mostrando la loro ombra fino al ciglio della strada ed il profumo fresco dell’estate in quota, si incanala sotto al naso, rendendo molto piacevole la traversata. Mano a mano che avanziamo iniziamo ad intravedere le prime code causate da un primo semaforo per lavori in corso all’altezza di Borgo Cerreto, ne approfittiamo per fermarci al bar per la pausa caffè e sgranchirci le gambe, poi iniziamo il sorpasso delle auto incolonnate come soldatini, arrestati dallo stop del loro sergente. Ma non è cosa semplice, un’unica corsia per senso di marcia,  si presenta ai nostri occhi, a tratti disegnata da curve, dietro le quali, può sempre mostrarsi il pericolo. Avanziamo quindi ad agio, le auto nel senso inverso, vengono arrestate dal rosso, così ottimizziamo i tempi utilizzando la corsia libera per avanzare il più possibile. Oltrepassiamo svariati paesini, con i loro affacci a picco nella stretta e tortuosa zona montuosa, con le loro abitazioni impregnate di cemento e pietra, come bomboniere incastonate nella natura, che sfilano una dopo l’altra, arricchendo il tragitto di fotogrammi davvero unici: la coreografia spettacolare regalata dalla Cascata delle Marmore, in cui le acque del Velino per 165 metri precipitano con un triplice balzo nel Nera; poi Ferentillo, Scheggino, l’abbazia di S. Pietro in Valle, Cerreto di Spoleto, Piedipaterno, fino a giungere a Norcia. Dopo il terremoto non ero più tornare a godermi la bellezza di questi luoghi e tornarci ora, è come tuffarsi in un passato che non sarà mai dimenticato, una morsa ha intrappolato il cuore vedendo alcune zone di Norcia rimaste lì, identiche al dopo terremoto, alcune costruzioni crollate, giacciono lì, immobili, tra i calcinacci, come se il tempo si fosse arrestato e mai più ripreso, alcuni siti sono stati invece restaurati egregiamente. Salendo verso Castelluccio, incontriamo altri work in progress con un altro semaforo e la coda si allunga, passiamo davanti ad un rifugio e sgrano gli occhi, il tetto crollò su un lato ed è rimasto così, come allora, rimango stupita ma taccio. Finalmente arriviamo a sfiorare la piana con le dita mentre ci avviciniamo nel sottofondo intonato dal ronzio della moto, sembra di volare, lungo una distesa pennellata a dovere da mille sfumature: il rosso dei papaveri, il bianco delle margherite, il giallo, il viola, un mare di fiori a vestire il mosaico di acquerelli, tra i quali genzianelle, narcisi, violette, viole, trifogli e molte altre specie….e poi la lenticchia, tutto questo a spezzare la monotonia cromatica degli scorsi mesi.L’unica strada che taglia l’immenso prato in due porzioni simmetriche, sembra intasata come fosse il raccordo anulare, tra camper, auto, motociclette e gente sparsa per i campi, chi in cerca di un angolo di Paradiso dove poter sostare, chi alla ricerca della prospettiva dove poter impastare il proprio servizio fotografico.

Ci lasciamo alle spalle degli splendidi quadretti che sfilano come arcobaleni in corsa lungo i binari della fiorita. Pochi kilometri ed arriviamo al punto base dove partire per la grande salita: il monte Vettore si presenta maestoso ai nostri occhi, spicca il verde dipinto sulla roccia che sale ad una pendenza indescrivibile, nessun albero popola le pareti che a tratti sembrano franare tra migliaia di sassi che si adagiano l’uno sull’altro. Iniziamo la camminata, sotto il sole cuocente di mezzogiorno e subito l’inclinazione si fa sentire andando a tempo con il fiato che si fa corto, come colui che inizia una sostenuta corsa senza essersi prima allenato e scaldato. Proseguiamo per mezz’ora a passo cauto prima di effettuare la prima sosta per dissetare la sete prerompente che bussa forte sulle corde della gola.

Qui riesco a recuperare il respiro che torna ad essere normale. Ripartiamo sfilando gli indumenti di troppo, indossati a cipolla per dare sfogo alle varie esigenze di viaggio. Seguiamo il sentiero, molto stretto, pendente, ricoperto da ciottoli e fatto ad anello intorno alla montagna. Ad ogni terrazzo naturale, il panorama si veste di fascino ai nostri sguardi, minuscoli paesini si intravedono, lontani, in fondo al precipizio ed il punto di partenza si mostra come un puntino sempre più piccolo a mano a mano che cresce il dislivello. L’ultimo tratto è davvero il più complicato e frastagliato, ripido al massimo, per salire i gradini che ci attendono, saliamo infatti mettendo avanti le mani per seguirle poi con il resto del corpo, nonostante l’aria diventa frizzantina e le nubi ballano sopra di noi arrotolando il sole tra i veli dei suoi strati, la temperatura della pelle risulta ancora calda, mentre la respirazione sembra navigare quasi in apnea, come se in quel mare di foschia giunge il terrore di affogare..gli ultimi sforzi ed arriviamo alla vetta. Troppo grande è l’entusiasmo, il vento inizia a vibrare ed una volta fermi, il freddo ci avvolge obbligandoci ad indossare qualcosa di caldo.

Troviamo un posticino tranquillo su un fazzoletto libero di prato e finalmente ingoiamo un paio di panini per arrestare la fame. Un breve rifornimento ed il desiderio di continuare ci assale, così proseguiamo verso le creste, una strettoia rocciosa sulla montagna che va a salire e poi scendere, come fossero tante piccole V, il percorso è tortuoso, ci arrampichiamo facendo perno tra i sassi, annaspando nella nebbia che non intende lasciarci. 

Arriviamo al primo dislivello, quota mt 2.373, Punta Prato Pulito e poi proseguiamo fino al secondo a mt 2.423, Cima del Lago, il cielo è bianco e sovrastato da nuvole veloci e foschia che impediscono di ammirare l’orizzonte, ma non mi do per vinta, ero salita con l’intento di vedere il lago di Pilato, in fondo alla scarpata, mi concentro allora positivamente e dopo pochi attimi, la nebbia inizia a dissolversi e piano piano muta il paesaggio intorno, intravedo l’azzurro e poi come un sipario che apre le sue tende guardando giù: il lago, stupendo lo scenario, due cerchi in lontananza in mezzo ad una distesa chiara, come fossero salinas.

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Qualche minuto per immortalare i panorami più belli e via iniziamo la discesa, di certo non più semplice della salita: decidiamo di accorciare il percorso tagliando la montagna per scivolare lungo la parete ricoperta di sassi, le gambe iniziano a percorrere passi veloci ed i piedi franano uno dopo l’altro, sembriamo bambini tornati ai tempi della scuola che giocano e ridono per l’impresa che procede a gonfie vele, come chi cammina tra le acque, a noi sembra di correre in pendenza tra i massi che rotolandosi l’uno sull’altro fungono da scalini.

Arriviamo presto al sentiero base, prima però la nostra attenzione viene distratta da un elicottero che si alza in volo…la notizia diventa subito virale tra gli escursionisti che incrociamo, compresi i vigili del fuoco che a piedi salgono la china: un uomo è caduto facendo un volo di 50 metri.

Il sangue si gela e con quel pensiero proseguiamo ad agio fino all’arrivo che sembra ancora lontano; qualche goccia di pioggia si posa sulle braccia, giusto per farci sentire la sua presenza, poi si dilegua in fretta e presto intravedo avvicinarsi il punto di partenza. 5 ore di camminata intensa, non nego di sentire un leggero doloretto alle gambe, per il resto l’euforia prende il sopravvento e tutto il resto sembra scomparire. Prima di riprendere la strada di casa, ci fermiamo per saziare la vista con i colori della piana di Castelluccio, registrando la bellezza della stagione dentro qualche scatto, da riportare via come souvenir. L’aria è ancora calda e la sentiamo schiaffeggiare le braccia, una volta partiti in sella alle due ruote. Lasciamo un po’ di nostalgia alle nostre spalle e di nuovo il traffico, uno dei protagonisti della giornata. La coda procede molto a rilento, ma grazie alla moto, riusciamo ad accorciare le distanze dietro sorpassi che non hanno prezzo. Il sole ancora alto accompagna il nostro rientro illuminando i paesaggi di luci ed ombre alternandole e rendendo il tutto, ai miei occhi, davvero grandioso. Un’altra esperienza si chiude, generando delle emozioni variegate che si insinuano tra i pensieri fino a scorrere nel sentiero del cuore che vibra sereno… chiudendo le braccia a questa giornata, che resterà nella memoria del tempo per tutto ciò che ho visto e sentito. Il rientro a casa  apre così le porte al silenzio, perché dopo aver trascorso un giorno accompagnato dal rumore della natura, ogni parola risulterebbe riduttiva.

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Daniela Pacelli

Un viaggio nei sentimenti con Daniela Pacelli Chi mi vede mi definisce “Solare”, perché la foschia lieve della malinconia la vede solo chi si ferma un po’ a viverti. Mi chiamo Daniela Pacelli e vivo a Terni, nella bellissima Umbria dal cuore verde. La mia prima passione è stata la scrittura, con il tempo poi mi sono avvicinata sempre di più alla fotografia, imparando a comunicare attraverso un'immagine che potesse raccontare uno stato d'animo, comprendendo che il silenzio spesso vale più di mille parole. Adoro dedicare parte del mio tempo libero alla scoperta di scorci e panorami particolari da immortalare in una foto, per regalarmi e regalare emozioni. Farle arrivare non è sempre facile, ma quando avviene, è il complimento più bello che si possa ricevere. Ho iniziato a gestire la pagina ckickfor_terni a novembre 2019 con l'intento di fare conoscere il territorio ternano in tutti i suoi angoli, borghi, vedute, anche da prospettive non usuali, perché l'obiettivo di chi fotografa, credo sia anche quello di invogliare chi guarda, ad entrare nella scena, a voler essere in quel luogo in quell'istante, o in un futuro qualsiasi. Quindi... "Ovunque tu vada, vacci sempre con tutto il tuo cuore"

Un commento

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    Robyrabs

    Incantata da questo magico racconto Di una bellissima giornata fuori porta trascorsa in uno dei posti più belli e affascinanti! Racconto bellissimo. mi è sembrato di viverlo in prima assaporandone tutte le sfaccettature da te descritte in maniera perfetta 💖 un viaggio che resterà per sempre impresso nel cuore 💖 rimando sempre folgorata dalle tue parole cara amica, e la tua arte di scrittrice per me resta la più bella che abbia mai letto! Complimenti un articolo spettacolare che fa davvero venire voglia di correre a Castelluccio!!! 🤩🤩🤩 ci vediamo al prossimo articolo e grazie 🙏

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